C’era un’epoca in cui la nuova frontiera della manifattura italiana (e non solo) sembrava essere inevitabilmente la delocalizzazione. Per continuare a competere occorreva ridurre soprattutto il costo del lavoro e quello dell’energia. Spostando lavorazioni in aree e Paesi dove i due fattori erano (e restano) decisamente più bassi rispetto all’Italia.
Ora diverse aziende stanno tornando. I problemi legati al gap sul costo del lavoro e dell’energia sono rimasti, ma per la manifattura made in Italy sta diventando prioritario puntare sull’alta qualità e sul saper fare, come elementi competitivi.

MANIFATTURA ITALIANA

Al fenomeno del reshoring dedica un focus particolare l’ultimo rapporto Cer (Centro Europa ricerche) “Attrarre sviluppo”, realizzato con il sostegno di Unindustria. I dati aggiornati a giugno 2015 (i più recenti disponibili) parlano di 101 casi di rilocalizzazione produttiva in Italia. Si tratta di produzioni che erano state delocalizzate soprattutto in Cina (nel 34,6% dei casi) e in Europa dell’Est (26,7%). Tra i settori industriali, invece, spiccano tessile-abbigliamento moda (con circa il 43% dei casi di ritorno), apparecchiature elettriche ed elettroniche (poco meno del 21%) e meccanica (8,9%).
Non è un caso che tra i principali sostenitori del reshoring ci sia Sistema moda Italia (Smi): «Il reshoring porta un valore aggiunto per l’intera filiera – sottolinea Claudio Marenzi, presidente di Smi –, sia in termini di maggior controllo che di un miglior time to market per la manifattura italiana».
Per Gaetano Fausto Esposito, segretario generale di Assocamerestero, «secondo il Rapporto Cer – presentato nel corso di un convegno organizzato con Assocamerestero e Unioncamere – oltre il 70% dei casi si concentra nell’industria del fashion e in quella dell’elettronica e macchine utensili. Su queste filiere l’effetto positivo del “made in” – con tutto ciò che significa in termini di know-how che si forma sul territorio – assume un ruolo predominante rispetto a quello derivante dal risparmio di costi di produzione e segnala un innalzamento del target di riferimento delle imprese verso fasce di consumatori a elevato potere di acquisto».


LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here