Smart Working, in Italia ancora molte aziende non sanno cos’è, ma i dipendenti lo sognano.

Smart Working, questa (ennesima) parola in inglese che, per molte aziende in Italia, ancora non è chiara, e soprattutto applicabile. Al contrario, quasi tutti i lavoratori vorrebbero che fosse parte della loro vita lavorativa.

Analizzeremo quindi questa nuova modalità di lavorare, a che punto siamo in Italia e soprattutto cosa ne pensa il mondo del lavoro.

Cos’è lo Smart Working, definizione e legge in Italia

Lo Smart working in Italia è definito “lavoro Agile” e regolamentato dalla legge 81/2017, secondo cui è una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti anche con forme di organizzazione per fasi, senza precisi vincoli di orario o luogo di lavoro“.

Nel dettaglio, la persona lavorerà sia nella sua sede aziendale che in un’altra postazione fissa ma non definita e solo nei limiti orari massimi giornalieri e/o settimanali. Non si stabilisce un tetto minimo, né massimo, in cui lavorare in modalità Smart; piuttosto, le singole parti lo definiscono di volta in volta.

In particolare, la legislazione afferma che deve esserci un obiettivo stabilito tra le parti e quindi questo modo di lavorare si basa sulla fiducia e soprattutto stimola altre leve nel lavoratore, come la responsabilità, l’organizzazione, la collaborazione.

Nonostante possa sembrare assurdo, lavorare in Smart Working aumenta la collaborazione tra i dipendenti; infatti, passando meno tempo insieme, si tende poi a lavorare meglio e soprattutto con maggiore focus su un obiettivo quando ci si trova nello stesso posto.

L’organizzazione dello Smart Working nelle aziende in Italia non riguarda solo il luogo di lavoro ma anche, in molti casi, il tempo di lavoro: in tanti hanno deciso infatti (nel limite delle ore giornaliere) di rendere flessibile l’orario e la modalità di lavoro.

Lavoro agile: è applicabile in tutti i tipi di aziende?

Diventa sempre difficile generalizzare, e in ogni azienda le variabili sono sempre diverse, e poco assimilabili. Ovviamente, un chirurgo difficilmente potrà mai lavorare da remoto, ma nel settore dei servizi questo è facilmente realizzabile.

Proprio nell’ambito dei servizi sono nate le prime forme di “flexi-work” e, in generale, anche nel mondo dell’industria potrebbero realizzarsi. Ad oggi, la maggior parte delle aziende parla di obiettivi e di risultati di vendita, anziché di obiettivi temporali.

Ecco quindi che facilmente il lavoro si può adattare: ad una persona del commerciale si pone l’obiettivo di vendita, anziché “in quanto tempo chiude un contratto”. A chi si occupa di Customer Service dare l’obiettivo di chiudere un certo numero di casi in un preciso tempo…

Sostanzialmente, lavorare per obiettivi vuol dire imparare a dare fiducia ed autonomia al lavoratore, che non sarà ricompensato solo per il tempo che passa seduto alla propria scrivania.

Perciò sì, nella maggior parte dei casi lavorare in modalità smart è fattibile, ma solo quando la policy organizzativa aziendale sarà in grado di cambiare, insieme al modo di vedere la leadership. (Ti interesserà leggere Qui a questo proposito)

Le aziende in Italia: applicazioni dello Smart Working

Ad inizio novembre 2019 (ultimi dati forniti dall’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano) circa il 58% delle grandi aziende aveva iniziato dei progetti di smartworking.

Si sommano poi altre imprese (7%) che adottano in maniera informale soluzioni similari, e un altro 5% vuole farlo nel prossimo anno. Rimane poi una parte di aziende che non ha alcun interesse verso questo nuovo modo di lavorare, ed è circa l’8% delle aziende campione.

Al contrario, nelle PMI lo scenario sembra essere molto diverso: il 51% delle aziende non ha alcun interesse verso le nuove politiche di Smart Working, dove solo il 12% ha attuato ufficialmente questo nuovo approccio al lavoro.

Per i lavoratori come dovrebbe essere la settimana lavorativa?

Passando da azienda a lavoratore, l’approccio cambia radicalmente. Stando ad un recente studio di YouGov, il 60% degli italiani vorrebbe ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni. Per quasi tutti ciò significherebbe ridurre la settimana lavorativa a 32 ore totali, per ottenere un maggiore equilibrio con la vita privata, e ciò varrebbe più dello stipendio; infatti, oltre la metà degli intervistati (66%) rinuncerebbe a parte dello stipendio per lavorare meno. 

Milano-Microsoft-HouseUno degli esempi che più ha fatto discutere è stato quello di Microsoft, dove l’azienda non ha in nessun modo variato gli stipendi dei lavoratori. Piuttosto, il cambio di mentalità è stato il vero punto cruciale: tutto è iniziato dall’idea che, se una persona ha meno tempo a disposizione in ufficio, si applicherà di più, in modo da lavorare meglio e in maniera più profittevole.

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