Innovazione nelle PMI: come erano le prospettive nel 2016, e come oggi innovare resta ancora un mito 4.0 in Italia

Innovare le PMI, voucher innovazione digitale, osservatorio… parole diffuse, in Italia. Ma, purtroppo, rimangono solo dei concetti astratti al 2020.

In questo articolo, vedremo quindi un confronto tra la situazione nel 2016 rispetto ad oggi, per capire quali siano stati i cambiamenti e soprattutto cosa abbia bloccato lo spirito innovatore di alcuni anni fa.

PMI innovative: quali erano le aspettative nel 2016

Anzitutto, vediamo i dati diffusi sull’innovazione 4.0 nel 2016, ormai 4 anni fa.

I dati emersi all’epoca da uno studio promosso da SAP SE e realizzato da IDC, basato su in campione di 3.210 aziende distribuite in 11 diversi Paesi, vedeva le PMI aperte aperto al digitale con una crescita più rapida e capaci di competere anche con aziende di grandi dimensioni.

Il 39% delle piccole e medie imprese nel mondo era pronta, in 5 anni, a potenziare la tecnologia applicata per migliorare la qualità del lavoro.

I risultati erano già incoraggianti: fatturato in crescita del +10% per chi aveva investito in tecnologie innovative; oltre la metà di esse aveva ottenuto significativi benefici nel miglioramento del flusso di lavoro.

Le soluzioni più utilizzate erano i “software collaborativi” (50,6%), seguiti dalle soluzioni di CRM e di Business Analytics impiegate, rispettivamente, dal 38% e dal 37% delle azienda in esame;
Tuttavia, fin da allora emergeva anche un certo timore da parte delle PMI nei confronti dell’innovazione.

Molti imprenditori, infatti, temevano di non riuscire ad essere aggiornati sui tempi, rischiando di non riuscire a prendere decisioni dovendo “basarsi solo sui dati”. Ancor più, in molti erano preoccupati dal vedere limitato il loro potere decisionale rispetto al passato.

Da questa perplessità, andiamo ad analizzare la situazione ad oggi in Italia nelle PMI rispetto alla loro innovazione.

PMI: innovazione in Italia nel 2020, i dati principali

Ad oggi, solo il 26% delle PMI ha raggiunto un buon grado di maturità digitale per essere realmente competitive a livello globale. Eppure, per l’88% di loro rimane fondamentale l’innovazione tecnologica.

L’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, infatti, ha registrato uno stato poco incoraggiante: in Italia, prima di tutto, manca la volontà di innovare.

E questo è un grave problema, dal momento che le 200.000 PMI generano il 41% del fatturato italiano, avendo così gravi ripercussioni sull’economia locale e sulla competitività a livello mondiale.

Gli investimenti nel digitale infatti si prospettano in diminuzione rispetto al passato 2019.

Perché l’innovazione 4.0 non si diffonde in Italia?

La situazione sembra essere piuttosto precaria, ma per quale motivo? Ecco una serie di motivazioni:

  • Il generale pessimismo verso il futuro porta le PMI a concentrarsi più sul breve periodo che sul medio/lungo termine;
  • I costi per servizi digitali aggiornati, troppo alti per permettersi di innovare;
  • Mancanza di reali competenze digitali nelle aziende;
  • Scarso supporto esterno, soprattutto dalle istituzioni;

Tra tutte queste motivazioni, però, spiccano anche notevoli contrasti: per esempio, le aziende, benché si dicano poco supportate dalle istituzioni, non conoscono i voucher consulenza innovazione del MISE.

Inoltre, sembra che il timore di “prendere decisioni seguendo i dati” sia ancora estremamente diffuso; meno del 10% delle PMI sfrutta correttamente i Big Data, anche se circa il 28% del totale svolga analisi dei dati.

Da leggere anche: come si usano i Big Data? 

La preoccupazione, unita alla mancanza di reali competenze, fa sì che, ad oggi, il 61% dei piccoli imprenditori non ha la minima idea di cosa siano le soluzioni Internet of Things per l’Industria 4.0.

Rispetto a 4 anni fa le PMI pare abbiano perso lo slancio innovativo, bloccate sostanzialmente dai budget ma, soprattutto, da poca fiducia e competenza.

Competenze e formazione: fondamentali per innovarsi

La mancanza di figure capaci di sostenere l’innovazione è un altro punto profondamente a sfavore dell’innovazione. Per la maggior parte delle PMI il responsabile IT in azienda è un tecnico che si occupa della gestione ordinaria delle reti, ma che non ha capacità a livello digital.

competenze e formazioneIn alternativa, alcune aziende scelgono di esternalizzare queste mansioni, ma anche qui il problema rimane sostanzialmente legato ai notevoli costi, oltre che al fatto che l’azienda non riesce ad acquisire le competenze per far proprio quell’aspetto della gestione.

Da leggere: Talenti digitali, chi sono e cosa vogliono

In conclusione, il 2020 si presenta come un anno di difficoltà per il digital, dove l’innovazione è vista più come un nemico, anziché come un potente alleato.

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